Il rapporto speciale tra Carlo Petrini ed Orvieto rievocato da Stefano Cimicchi

Il rapporto speciale tra Carlo Petrini ed Orvieto rievocato da Stefano Cimicchi

 

 

 

A pochi giorni dalla scomparsa di Carlo Petrini, l’ex sindaco di Orvieto Stefano Cimicchi ne ricorda la figura e lo straordinario rapporto che il fondatore di Slow food intrattenne per anni con la città.

 

Quale è stato il segno lasciato da Carlo Petrini?

Carlin, come lo chiamano i “braidesi”, ha disegnato e in parte realizzato, i contorni del “nuovo umanesimo” necessario e indispensabile. Chi avrebbe mai creduto che un “pensiero” nato in una cittadina delle Langhe piemontesi avrebbe potuto far nascere un movimento enorme e complesso come Slow Food? Chi, come noi, lo ha visto in azione, percepiva subito la eccezionalità del personaggio! La capacità di convincersi e di convincere! Il sogno che diventa realtà e subito dopo un altro sogno. Al primo Salone del Gusto, pensammo che eravamo cresciuti troppo e troppo in fretta. Forse diventiamo come tante altre kermesse commerciali e invece arrivò Terra Madre. Incredibile.
I “presidi”, gli “orti in condotta” e tutte le iniziative in ogni parte del mondo.

Quale è stato il suo rapporto con Orvieto e come si diede il via a quella collaborazione?

Io lo conoscevo già negli anni ’80 quando eravamo ancora Arci Gola. Ad Allerona avevamo trasformato in Arci una vecchia associazione che si chiamava Enal Caccia. Fu una mezza rivoluzione e ci iscrivemmo pure all’Arci Gay per sdoganare quello che era un tabù anche solo a parlarne. L’Arci Gola gestiva uno stand nelle Feste dell’Unità nazionali e lì facemmo conoscenza. In Piemonte c’era stato lo scandalo del vino al “metanolo” e quindi o si prendeva la via della qualità e della consapevolezza, oppure eravamo perduti. Da assessore, dopo che Arci Gola divenne Slow Food nel 1986, incominciammo a ragionare e poi da Sindaco lo convincemmo (insieme a Dubini, Petrangeli, Stella) a fare una manifestazione in centro Italia. Lui ci propose il primo congresso mondiale in Europa e così lo facemmo! Poi fondammo Cittaslow con i sindaci di Greve in Chianti il cui Sindaco era Paolo Saturnini che aveva avuto l’idea e poi i sindaci di Brà e Positano.

Cosa successe dopo? Come riusciste a consolidare quel rapporto così virtuoso?

Con il congresso mondiale di Slow Food nacquero le “Passeggiate del Gusto” e da lì un progetto più complesso. L’ex convento di San Giovanni sarebbe diventato il Palazzo del Gusto con un centro di formazione per la promozione dei prodotti del territorio (sul modello della Scuola di Cucina ALMA di Parma) e un museo della Cultura Materiale (nella caserma Piave). Poi Carlin ebbe l’idea dell’Università! Mi portò a vedere Pollenzo che era un rudere. Successe che per avere il “titolo” si doveva fare una legge e Orvieto, da sempre “centrale” in tutti i sensi era il luogo giusto per incontrare i decisori politici. Alemanno, Ministro dell’Agricoltura, veniva ad Orvieto per le riunioni della destra sociale e la ministra Brichetto Moratti aveva qui la zia Bice, mia grande amica e sodale. Mi feci promettere che la sede dell’Italia Centrale dell’Università di Scienze enogastronomiche sarebbe stata ad Orvieto. Fissato come sono sempre stato per l’Economia della Conoscenza diventai pure socio a vita di Slow Food, una tessera speciale che, allora, avevamo solo in poche centinaia di soci.

Cosa resta oggi di quella stagione che vide Orvieto inserita in un circuito tanto importante?
Onestamente non saprei rispondere correttamente, perché c’è una Condotta e un Regionale che funzionano molto bene ma non c’è nessuna idea dello sviluppo coerente con la filosofia di Carlo Petrini nella classe dirigente del nostro territorio. Molti elementi qualitativi sono stati “assorbiti” dagli operatori e dalle associazioni di categoria ma senza quella “spinta” che aveva Slow Food di quell’epoca.
Bisogna dire che il “mercato” ha spazzato via i bluff e ha premiato i veri professionisti. In generale c’è un miglioramento tangibile ma dobbiamo anche convenire sul fatto che, se la popolazione invecchia e non ci sono prospettive per i giovani, vuol dire che c’è un problema.

Come ripartire per il futuro?

Bisognerebbe riprendere il ragionamento che si fece dopo il successo del Salone del Gusto di Torino. Meno estetismi e più sostanza! Se ti accontenti di cavalcare i casi di successo e dimentichi la base, vai poco lontano. Tutto il movimento dovrebbe fare un balzo in avanti e dare vita a un nuovo progetto imprenditoriale umanistico che coinvolga più operatori possibile.
Slow Food, come Umbria Jazz e come il Premio Barzini, contribuirono a sprovincializzarci e ad imparare a sostenere il confronto con i grandi centri urbani, con le grandi manifestazioni culturali. Credo che siamo un po’ tornati a quando Orvieto si chiudeva per la festa dell’8 Dicembre e si riapriva per San Giuseppe. Spero di sbagliarmi. Non sono nostalgico. Bisogna guardare avanti e rimettersi sempre in discussione. Ce la possiamo fare.